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Decentramento Commerciale

Costruiamo sempre di più nuovi centri per gli acquisti in periferia. Comodi, ampio parcheggio, riscaldati, 100 vetrine, rassicuranti nella loro anonimia Heideggeriana; una condizione di impersonalità in cui viene a trovarsi l’essere umano, disperso tra le cose e perso tra gli altri. Senza però capire che stiamo piano piano partecipando alla desertificazione commerciale dei nostri territori, relegando i nostri “luoghi” a condizione di dormitorio. Soddisfatti, ma mai rimborsati. Come ritornare ad appropriarsi dei nostri centri storici? Non è facile. In un Italia che punta alla povertà, il basso costo è un miraggio affascinante al quale tutti cediamo, come le orecchie di Ulisse alla voce suadente delle sirene. Serve uno sforzo da parte di commercianti, amministrazioni e consumatori per limitare questa tendenza che forse ormai è tardi per essere invertita.

 

di Claudio Auriemma

105 In un Italia che va sempre più velocemente verso lo status di povertà, dati questi dichiarati recentemente dall’ISTAT, ci viene proposto, anche dai nostri amministratori un modello di sviluppo commerciale che svuota i centri storici a favore delle grandi aree destinate alla distribuzione di massa. Ne siamo ovviamente prigionieri e superficialmente soddisfatti. Ampio parcheggio e prezzi convenienti, ma non ci rendiamo conto che stiamo inconsapevolmente partecipando all’agonia dei nostri centri storici e del valore storico e turistico che essi rappresentano. Perdendo la loro naturale attrattività turistica, i nostri paesi non hanno scampo.

Ormai noi Italiani ci stiamo affezionando sempre di più a luoghi fantasma. Posti dove non siamo nessuno. Questo però ci rassicura, ci fa sentire protetti in un anomala latitanza della personalità protettiva. Ci allontana la necessità di rapporti umani e dalla scelta di averne. Frequentiamo sempre di più, ed in modo più assiduo, centri commerciali e grandi magazzini per i nostri acquisti, ma non solo, spesso sono solo luoghi dove passeggiare con la carrozzina, come una volta si faceva nei parchi o lungo le vie dei paesi e delle città.

Se la piazza del paese si è trasferita nei pixel trasmessi dal nostro cellulare dove siamo in contatto con il piccolo mondo che abbiamo scelto di seguire e con cui confrontarci, nello stesso modo stiamo svuotando i nostri centri storici preferendo periferie anonime ma bianche e rassicuranti. Anonime, degradate ma dall’ampio parcheggio, con clima costante e con un assortimento di merci di cui non ci curiamo assolutamente di capirne la filiera o la provenienza. OK il prezzo è giusto. É vero purtroppo, il prezzo è giusto per le tasche di noi mortali. Ci siamo impoveriti a tal punto che siamo costretti a non voler sapere nulla. Se un prodotto costa poco va bene, come è fatto e da dove viene poco importa. É un processo impossibile ormai da interrompere per diversi fattori. I centri commerciali offrono prodotti anche di buona fattura e qualità a prezzi modici, offrono comodità, una velata sicurezza e sopratutto ti permettono di arrivare a fine mese, che non è poco.
Il problema nasce dal fatto che questa scelta che sembra essere l’unica possibile, crea una filiera perversa che tende ad impoverire sempre di più le comunità. E sopratutto le comunità più piccole, che basano molto della loro ricchezza proprio su un economia locale. Basata per esempio sulla produzione agricola, o sul piccolo commercio, come nel caso delle nostre terre.
Siamo prigionieri di un processo di involuzione che tende a trascinarci rempre di più nel recesso dal quale non ci riusciamo a liberare a causa della nostra capacitrà di acquisto. Proprio in questi giorni l’ISTAT ha pubblicato dei dati molto preoccupanti dai quali si ricava che un italiano su quattro è a rischio povertà, ed in particolare questo fenomeno riguarda le famiglie con 2 o più figli. Queste, saranno costrette, ad accettare la lusinga della filiera perversa del centro commerciale o del discount, partecipando così inconsapevolmente alla desertificazione del luogo dove vivono.

foto_0002Se avete fatto caso i centri per gli acquisti sorgono sempre in periferia dei centri abitati. Per comprare si prende la macchina e si va via dal luogo dove si risiede, si va altrove. Ormai anche le case, le famose villette o palazzine, vengono costruite altrove, fuori dai centri abitati, in quelle zone rubate al verde anche grazie alla complicità delle amministrazioni che sembrano compiacenti di questo lento ed inarrestabile processo di impoverimento. Gli oneri di urbanizzazione fanno gola ai Comuni che ne hanno bisogno per necessità di cassa e si continua a consumare suolo per costruire case invendute e grandi centri per gli acquisti.
In occasione della giornata mondiale del suolo del 5 di dicembre scorso, i dati pubblicati dalla coldiretti sono allarmanti. L’ultima generazione è responsabile della perdita di circa il 30% di terreni coltivati a favore di una cementificazione spesso selvaggia che impoverisce e rende sempre più fragile il territorio. Alluvioni, frane ed altre catastrofi vengono iscritte come eventi naturali, ma di naturale hanno ben poco, visto che la mano dell’uomo ne ha causato lo scatenarsi.

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Veniamo al nostro territorio. Parlando di Zagarolo vediamo che nel giro di pochi giorni sono stati aperti due nuovi Eurospin a pochissimi chilometri di distanza. Enormi centri di distribuzione di merci a buon mercato che, senza discutere sulla qualità delle stesse, tendono però a svuotare il paese e a renderlo sempre di più un dormitorio. Luogo dove non si passeggia, dove non si compra, dove non si socializza, ma si dorme solamente. A chi fa comodo questa situazione? In primis a noi, poveri mortali che hanno la necessità di spendere il meno possibile per poter veder garantita la propria sopravvivenza in uno stato che annulla uno dopo l’altro sempre più diritti, a partire da quello dello salute per arrivare alla casa. Ma ovviamente fa anche molto comodo alle grandi multinazionali del consumo che hanno creato imperi sugli acquisti su larga scala e che sono in grado di dettare le leggi anche per quello che riguarda la produzione. Si produce nell’ottica del largo consumo, in deroga all’ambiente e al rispetto della terra. Produzioni intensive, allevamenti intensivi in modo da garantire un prezzo basso del prodotto finale e così via.

Quali sono le possibili ricette per uscire da questa filiera perversa? Poche e difficili da mettere in essere. Il risparmio economico è ormai diventato necessario e fondamentale per buona parte della popolazione, per cui è difficile per tutti uscire da questa involuzione delle abitudini di vita.

Sarebbe necessario investire sul territorio con un piccolo sforzo. I commercianti stessi si dovrebbero sensibilizzare e proporsi in modo meno consumistico ma  creare una sintonia con il cliente in modo da rendersi indispensabili. Devono diventare una sorta di ammortizzatore commerciale che la granede distribuzione, per sua natura organizzativa non può essere. Ritrovare quello che è il rapporto cliente commerciante di fiducia che li renderebbe difficilmente sostituibili. Un valore aggiunto diverso da quello del basso costo. Sembra chiaro ormai, senza voler inseguire delle chimere, che parte dei consumi sono assorbiti dalla grande distribuzione, ma i commercianti, con l’aiuto delle istituzioni, potrebbero recuperare molto di quello che giornalmente stanno perdendo. Infatti non va sottovalutato l’apporto delle amministrazioni in questo processo. Dovrebbero dare un segnale importante. Evitare di dare nuove concessioni di suolo per l’edificazione di altri luoghi destinati agli acquisti, ma integrarli con gli spazi cittadini. Si dovrebbe partire con la valorizzazione delle vecchie botteghe dandogli dignità storica e sgravi fiscali  per la loro storicità. Esse rappresentano un lustro per il paese e inoltre sono di interesse turistico e come tali andrebbero promosse e rivalutate. Inoltre, ci sono moltissimi spazi vuoti e locali sfitti nei centri storici, se proprio è necessario far nascere delle realtà commerciali legate a multinazionali o al grande commercio, possono almeno inserirsi nel tessuto abitativo del centro storico, e non continuare a dirottare gli abitanti verso la periferia, svuotando i nostri paesi, fonte di fuga di serrande che contribuisce a trasformare i centri storici in dormitori.

L’edilizia residenziale molto in auge presso i costruttori nostrani, basata sulle palazzine a schiera, prevede un eccessivo consumo di suolo e di cementificazione in assenza di servizi e di spazi aggregativi. Già le stesse palazzine si trasformano facilmente in dormitori. Poi i centri storici si svuotano e quindi siamo tutti a frequentare i soliti non luoghi per dormire in quelli che dovrebbero essere i nostri luoghi. Così non può andare, ognuno nel proprio piccolo e per quello che può dovrebbe dare un piccolo segnale, acquistando nelle botteghe del centro storico e frequentando gli spazi culturali e aggregativi dei paesi.

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Uno di quelli che ancora, nonostante tutto, ci stanno provando. Del resto il mondo lo hanno fatto quelli che ci hanno provato.

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