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Eventi, Arte e Cultura

ZARDUA. Il 25 aprile attraverso le parole di chi lo ha vissuto

di Emanuele Astengo
Palmaro, un paesino sull’Aurelia del ponente Genovese, quando suonarono le campane in quel modo strano, fossero le 9.39 del 25 aprile 1945, lo so solo da quando quei giorni sono Storia. Allora avevo quattro anni e 157 giorni, cioè 4 anni, cinque mesi, qualche giorno e qualche ora. Come il mio nipotino Milo, avevo altro a cui pensare. Del periodo precedente ho pochi ricordi. L’amore dei genitori lo dimentichiamo perché è il quotidiano, le cose brutte le ricordiamo. Tre ricordi molto sensoriali li ho, però.

001Il primo è impossibile. Infatti ricordo visivamente i lampi delle cannoniere francesi che bombardavano Genova il 13 giugno 1940. E’ un ricordo che ho da sempre. I miei, quando lo espressi la prima volta, mi presero in giro. Ma mi confermarono che loro stavano alla finestra della casa da cui si vedeva il mare la notte del 13. Grosso modo ero un feto di quattro mesi. Neanche il terribile bombardamento navale ed aereo del 9 febbraio del 1941, ti puoi ricordare, mi dicevano, perché non avevi neanche tre mesi. E i lampi dei cannoni, allora, dove li hanno presi i miei occhi, mugugnavo. Il secondo ricordo è un odore. Di muffito e di paura emesso dai corpi ammassati nel rifugio antiaereo. Dopo le sirene antiaeree, mia madre con me in braccio, terrorizzata e la sua corsa a precipizio per le scale, sempre più giù. Il silenzio, la puzza, le preghiere, il rombo dei bombardieri, i tonfi sordi delle esplosioni. Questa è caduta vicino … E le luci schermate si spegnevano. A quattro anni ero diventato un professionista dei rifugi, ovunque ci si trovasse.

A Genova furono centinaia i bombardamenti e 9000 i morti civili. Ne vidi qualcuno, tirato fuori dalle macerie. Hanno la faccia nera, perché si muore asfissiati col cuore spaccato dallo spostamento d’aria, mormoravano i miei compagni di giochi. Ma ce l’hanno anche bianca per via della calce che l’esplosione stacca dai muri e ricade sui morti, intanto che aspettano.

Giocavamo a biglie e zardue. Sempre rigorosamente per strada e nei cortili. Anche d’inverno. La zardua è la trottola di legno il cui puntale di ferro spaccava quella dell’altro … Una piccola guerra, tanto per abituarsi un po’, dentro una grande guerra. Terzo ricordo: la fame. La tessera di razionamento e lo schifo che davano con la tessera. Quindi c’era il mercato nero ed i pescecani: lo so per via della rabbia di mio padre che faceva di tutto per alimentarmi meglio che poteva e si sfogava con mia madre. I figli e nipoti dei pescecani di allora, oggi fanno i master in economia aziendale in america ed in svizzera e ci dicono che dobbiamo fare sacrifici. A proposito di pesci, unica nota felice, andare a vedere i pescatori che tiravano la rete e la mattina sentire le loro mogli col carretto dei pesci che cantavano:. Altro non ricord “ Donnée vegnìi … ù lé chi l’arszentu du mà…” Faber ne ha fatto il prologo di quel capolavoro che è “Creuza de mà”o prima di quelle campane a storno e la vicina, l’Angioletta, che ansimava a mia madre che quello scapestrato di Daniele, che non aveva neanche 18 anni, non si sa come, si era impadronito dell’autoblindo del posto di blocco delle camicie nere, a Via De Maris e, con l’aiuto di passanti, le aveva prese prigioniere. Poco dopo lo scampanio col motivo che non avevo mai sentito.

E tutti che si guardavano come se fosse caduto il mondo. Ed un mondo era caduto. Poi, nel ’48, a otto anni, per le prime elezioni, capii che nome aveva quel motivo al campanile dell’Assunta: era “Bandiera Rossa”. A tredici anni ero amico del fratello minore di Daniele. Entrambi eravamo innamorati dell’ irraggiungibile Migi. Ed avevamo un dobermann. Cane allora rarissimo, forse nipote di qualche cane dei tedeschi. Il suo di razza pura, la mia trovatella. Daniele ormai faceva il camionista. Si era lasciato dietro quei giorni. Un eroe mai entrato nella Storia.

Poco dopo le campane, mio padre rientrò dal suo lavoro alle ferriere di Voltri. Entrava ed usciva da casa, si informava alla radio che, da ex radio telegrafista, aveva modificato per sentire strane stazioni senza musichette, ma con tamburi. Cercava di proteggerci da rischi gravi. Poi seppi del terrore per le minacce di Meinhold. C’era ancora luce quando un comunicato radio disse che si era arreso ai Partigiani e che la resa diveniva effettiva alle 09.00 del 26 Aprile.

Il 26 eravamo tutti fuori e le campane suonavano a festa, ma inni di Chiesa. Mai più avrei sentito bandiera rossa dal campanile. La gente faceva festa, faceva progetti, rideva. Ma in certi capannelli si mormorava. Chiesi a mio padre di quelle facce che mi facevano paura. Mi disse: niente, niente, qualche problema, ma non ti preoccupare, vai a giocare. Ma i più grandi dicevano che nelle valli all’ interno, era iniziata quella resa dei conti fratricida, che, non è mai finita. Il 27 mattina trovammo al centro dell’Aurelia una lunga fila di camionette americane con militari che distribuivano cioccolato, sigarette, caramelle col buco, scatolette di carne e chewing gum. Selvatico, a occhi bassi, per non farmi vedere, masticando ciungai, sbirciavo i “negri”, che non avevo mai visto prima. Sul marciapiede a monte i 40.000 tedeschi di Meinhold erano seduti uno accanto all’altro sino al centro città, con i Partigiani che li tenevano sotto controllo, guardati dagli Americani. Il 25, 26 e 27 aprile, per quel bambino di settanta anni fa, sono stati un’unica giornata: le campane, Daniele, quel grido di liberazione la sera, l’orgoglio per una resa unica in Europa. E poi gli americani, il ciungai ed i tedeschi con la testa bassa. La Primavera. Il futuro che iniziava. Ho deciso: i miei 75 anni li compio il 252627 aprile 2015, non il 18 novembre. L’anno prossimo si vedrà …

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