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Eventi, Arte e Cultura

L’ineluttabilità del pendolarismo

….o dell’importanza dell’arte barocca nella vita del pendolare.
La scelta dell’immagine posta in apertura a questa riflessione può suscitare un po’ di stupore e qualche perplessità. E’ comprensibile, ma io la trovo più che attinente al tema. Una prima motivazione è sin troppo esplicita: “Andata al Calvario” di Cecco del Caravaggio (allievo del ben più famoso Michelangelo Caravaggio) simboleggia in maniera pressoché perfetta il viaggio quotidiano dei pendolari, una via crucis comprensiva persino di “stazioni”.

di Anselmo Cioffi

Viaggio, che aldilà del simbolismo, spesso assume proprio le caratteristiche di un’intensa e prolungata sofferenza. Molto più in sintonia, per esempio, delle “salite” di Bosch e Bruegel, eccessivamente infernale e grottesca la prima, troppo bucolica la seconda. Comunque, la portata simbolica dell’opera per quanto riguarda l’argomento in questione, non si esaurisce certo qui.

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“Andata al Calvario” di Cecco del Caravaggio

Come ben sanno quelli che come il sottoscritto, sono condannati quotidianamente a questa pratica di dolore sublime, dopo qualche tempo il pendolare medio tende a maturare e ad interiorizzare una notevole dose di rassegnazione. A nulla valgono sporadici atteggiamenti ribelli, che si dissolvono il più delle volte in invettive e più raramente in esplosioni di frustrata isteria più o meno collettiva.
La rassegnazione la fa indiscutibilmente da padrona, tanto da trasfigurare le espressioni dei poveri pendolari ad immagine e somiglianza di quelle dei tristi personaggi caravaggeschi. L’assunzione di classiche pose plastiche, soprattutto quando si è in piedi in vagoni inumanamente affollati, ha inquietanti analogie con la situazione raffigurata nell’oscuro drammatico dipinto.
Ma c’è anche di peggio, nell’universo del pendolare, manca del tutto la figura delle guardie romane (presenti nel Calvario del pittore), che potrebbero catalizzare in qualche modo giustificatamente l’odio del passeggero. Il cosiddetto “personale di Trenitalia”, infatti, è una povera vittima anch’esso, posto nella condizione di innocente e impotente parafulmine e nella funzione di trasmettere questa irrimediabile impotenza a noi tutti.
Ed è qui che infine si compie il definitivo livello della metafora, quello metafisico: l’intangibile sacralità dell’Avversario. Trenitalia, dio e demone al contempo, sfugge ad ogni possibile interferenza terrena, ha nelle sue mani il destino di ogni pendolare. Unica mediazione la voce di Dio, che si esprime in due modi distinti, ma perfettamente (o quasi) in sintonia: in una voce sintetica, che sembra provenire dalle “colonie extramondo” di Blade Runner o appartenere ad uno schiavo cylone di Battlestar Galactica; e, dall’altra, nelle tavole della legge, rappresentate dagli ineffabili cartelloni luminosi, atti a dispensare le sentenze di Dio, annunciando del tutto arbitrariamente puntualità, ritardi o soppressione dei treni.

Al pendolare non resta che sperare nella benevolenza della divinità o andare incontro alla sua ineluttabile condanna, aspirando solo, alla fine del viaggio, ad una redenzione più o meno ultraterrena.

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